Un’attesa lunga e difficile

Proponiamo questa bella testimonianza raccolta dall’amica Paola per discutere e ragionare sul tema dei fedeli divorziati. Mi chiamo Marta e scrivo per dare il mio contributo

all’amata Chiesa in tema di matrimonio, separazione e dichiarazione di nullità.

Nel 1994, quando avevo appena compiuto 24 anni ed ero molto attiva nella mia parrocchia come catechista, membro del coro e volontaria vincenziana, ho “creduto di sposare ” un ragazzo incontrato nell’ambito del Cammino Neocatecumenale di una chiesa non lontana dal mio quartiere. Una persona non italiana, appartenente al patriarcato copto della chiesa ortodossa, che mi si è presentata con una storia di vita che dopo 7 anni si è rivelata completamente falsa.E così nel 1999, dopo due figli (che allora avevano 7 e 25 mesi), svariate peripezie e molte lacrime, l’ho visto scomparire dalla mia vita così come vi era entrato. Negli anni successivi il mio padre spirituale ha iniziato a parlarmi della possibilità di sottoporre la mia storia al tribunale ecclesiastico e, malgrado le mie titubanze iniziali, ho scelto di fidarmi di lui ed ho intrapreso quella strada. Un po’ per le mie difficoltà economiche e un po’ per la convinzione di “aver diritto” a un processo gratuito – o quasi – visto il mio impegno nella Chiesa dal giorno in cui ho ricevuto la Cresima (all’età di 14 anni), ho scelto di avvalermi di un patrono stabile (avvocati privati sono arrivati a chiedermi 8.000 euro per seguirmi e ben 180 euro per una consulenza, in un periodo in cui i miei figli ed io vivevamo con 400 euro al mese). Tra

una cosa e l’altra, il processo ha avuto inizio nel 2006 e, malgrado l’evidente invalidità

dovuta ad incapacità ed inganno, si è concluso solo nel 2011, con la dichiarazione di nullità. E allora mi domando: siamo proprio sicuri che questo sistema funzioni al meglio delle proprie potenzialità? Intendiamoci, si tratta di un percorso importante, che sono solita definire “catartico”, perché consente di rivedere la propria vita e le proprie scelte, che “spiega” alcuni misteri del nostro io e che è certamente necessario per chi cerca la Verità. Ma proprio per queste ragioni mi permetto di richiamare l’attenzione su

almeno due aspetti assolutamente contraddittori di questa realtà: la cattiva informazione e il fattore tempo. Mi spiego: trovo incredibile che nell’era di Internet e della cultura generalizzata si faccia ancora fatica ad accedere a informazioni corrette in tema di nullità matrimoniale. Nel mio percorso ho incontrato parrocchiani che parlano di “annullamento” (come se la Chiesa avesse il potere di annullare un Sacramento),

catechisti che non conoscono il funzionamento di un processo canonico e persino parroci che impediscono a chi ha subìto una separazione di leggere durante le celebrazioni… Naturalmente poi la cattiva informazione scoraggia le persone che si trovano in

situazioni “irregolari” dall’accedere ai tribunali ecclesiastici per fare verità e le fa sentire

“fuori” dalla comunità ecclesiale. Il secondo scandalo è la lungaggine burocratica che ha ripercussioni delicatissime sulla vita delle persone. Mi riferisco al fatto che molte coppie di conviventi rimangono per

tanti anni in stato di peccato grave, privati del sostegno dell’Eucarestia, solo perché una banale carenza di personale nei tribunali lascia le pratiche giacere sui tavoli per mesi e mesi (ricordo che parliamo della VITA della persone!!). La mia proposta, ferme restando le attuali norme del diritto canonico, è che la Chiesa si doti di uno strumento più agile ed eventualmente più decentrato per analizzare i singoli casi, tutti diversi, tutti dolorosissimi e tutti degni di attenzione (come ha recentemente ricordato Papa Francesco). Tra l’altro, richiamando la Familiaris consortio del beato Giovanni Paolo II, vorrei sottolineare il fatto che la stragrande maggioranza delle persone che ricorrono al tribunale ecclesiastico desidera vivere in comunione con la Chiesa, normalmente non ha scelto la separazione e cerca attraverso la realizzazione della propria vocazione matrimoniale di formare una coppia e una famiglia che tenda alla santità. Spesso poi la nuova unione potrebbe consentire anche una migliore e più piena integrazione nella Chiesa. Per tornare a me, dopo 14 anni dalla mia separazione, sono ancora in attesa dei tempi della Chiesa, questa volta perché si pronunci ufficialmente circa il matrimonio del mio fidanzato. Infatti, nonostante i nostri 44 anni, i 4 anni di fidanzamento e la piena convinzione

della nullità anche del suo matrimonio, abbiamo scelto di attendere la sentenza di un processo iniziato nel 2011, anziché sposarci civilmente o intraprendere una convivenza. Questo, tanto per capirci, significa che, per obbedienza alla Chiesa e certi che il Signore ci donerà altre gioie, abbiamo rinunciato ad avere dei figli (uno dei nostri sogni più grandi) e a condividere la nostra quotidianità (un’esigenza propria di ogni coppia). Oggi, su richiesta del mio parroco, sono nuovamente una catechista, pronta ad accogliere la sofferenza di tanti figli di genitori separati e lo sfogo di tante mamme e tanti papà, che vorrei smettessero di sentirsi emarginati dalla Chiesa. Per completezza, intendo anche testimoniare la mia totale adesione ai temi della vita, la mia vicinanza al “Movimento per la Vita” e alle sue molte iniziative, il mio impegno per favorire la conoscenza dei metodi naturali per la regolazione delle nascite e le mie battaglie anti-abortiste. In conclusione, credo fermamente che siamo tutti chiamati a farci vicini a chi ha sperimentato il fallimento del proprio matrimonio, a donare speranza e conforto, ma anche strumenti concreti per superare una condizione di disagio e oggettiva ambiguità.

Marta